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Crosia si fa risalire ai superstiti sibariti in rotta dopo la sconfitta subita nel sec. Vl a.C. ad opera dei crotoniati nei pressi del Trionto. Notizie certe, comunque, si hanno dal tardo Medioevo. II nome, fatto provenire dal Rohifs, e prima di lui da Lenormant, dal greco «chrusea» (= luogo d'oro), e messo in relazione alle miniere d'oro e d'argento della zona, le piu' famose delle quali sono rimaste in funzione a Longobucco fino al sec. XVIII. Marafioti nel 1601 lo chiama Crisia.  leggi tutto...

Come si vestivano

ALCUNI ASPETTI POPOLARI DI CROSIA USI - COSTUMI - TRADIZIONI

Come si vestivano
 
I crusioti, anticamente, erano soprannominati tripp(i) cott(i); essi, a loro volta, ingiuriavano e mettevano soprannomi agli abitanti dei paesi limitrofi: e così definivano sardellari e lucertari la popolazione di Cariati; ciavulari e cagnuoti (gozzuti) quella di Pietrapaola; briganti e dinocchia bruciate quelle di Longobucco; e così via...Il contadino Calabrese in generale, e quello di Crosia in particolare, vestiva interamente di lana sia d'estate che d'inverno. Le fonti orali riferiscono come egli suoleva indossare, internamente, una maglia di lana; una camicia lavorata al telaio, in lana e cotone; infine la lanetta o frannina, giacchettina composta tutta di lana sia a livello di stama che di trama. In tempi più recenti il crosiato vestiva con pantaloni e giacca di fustagno tutti i giorni; invece, durante quelli di festa, i pantaloni e la giacca erano di velluto. La gente povera indossava mutande e camice di pilusedda (cotone felpato ricavato dallo scarto del cotone, flanella, cotone di seconda scelta); i "galantomini" (così venivano chiamati coloro che appartenevano a famiglie distinte per sangue e per ricchezza), invece, hanno il pettino ' u cammisinu e la cravatta scodda; quanto essi erano vestiti a lutto cammisinu e scodda erano neri, con l'aggiunta di una fascia al braccio sinistro ed una striscia (frisu) sul risvolto sinistro della giacca sempre del colore nero. Il crusioto suoleva mettere un mantello pesante per ripararsi dal freddo chiamato ' u mantu. Questo mantu era, a seconda di chi lo portava, lavorato con: lana di pecora per i "galantomini" e, di pelo di capra per i contadini. Il primo chiamato semplicemente ' u mantu era completamente lavorato con lana di pecora filata, la quale faceva pochissimo pelo, infatti ' u mantu si presentava liscio e di colore nero in quanto tinto nella quarara col surfarinu. Il secondo chiamato ' u mantu ' e pilu su cui l'acqua scivolava senza stagnare, era fatto di pelo di capra che, al contrario di quello di pecora, non veniva lavorato (perchè impossibile per la sua durezza).


Le donne di Crosia nel loro abbigliamento usavano "u tàiutu", camicia formata da tante piegoline che rimangono in rilievo; anche nella gonna vengono riprese numerose pieghe. Le fonti orali individuano, nel modo di vestire delle donne di Crosia, una camicetta aperta sul davanti (giacchetta), precisamente sul lato sinistro, avente la scollatura quadrata. Parte integrante di questa giacchetta è un pettine, cucito sulla parte destra della giacchetta mentre, sul lato sinistro, si abbottona alla medesima con degli automatici. Il pettino è formato da tre piegoline sovrapposte e cucite, che si alternano con dei pezzi lisci. Sul dietro della giacchetta, inoltre, si riscontra una lieve arricciatura, trattenuta da un cinturino che, cucito sulla stessa arricciatura, si allacciava sul davanti. Oltre la giacchetta le donne crusiote portavano una lunga gonna (veste) che giungeva fino ai piedi: essa era arricciata sul dietro mentre era dritta in avanti. La veste ha uno spacco laterale sulla parte sinistra, agganciato col croccetto; in vita, sul di dietro, si trova un'arricciatura mantenuta da una cinta che si annoda fino al crocchetto. Sulla veste si trova un grembiule (sinalu) arricciato, il quale scende fin sotto il ginocchio e termina con un riccio (bavera). Col sinalu, abitualmente, le donne ravvivavano la fiamma del focolare.
Il legame dell'abbigliamento con gli elementi naturali - nel caso di Crosia la lana delle pecore ed il pelo delle capre -, veniva ripreso anche nelle calzature. A Crosia, infatti, si utilizzavano i calandred(di), formati da uno strato di pelle di animale legato con  lacci e spaghi. I calandred(di) inizialmente erano fatti appunto con pelle di animale, successivamente era impiegato il cuoio e solo durante il secondo conflitto mondiale,  in questo tipo di calzatura venne usata la gomma. Gli abitanti di Crosia ripigarono per le calandred(di) di gomma durante le condingenze della guerra ed in seguito le utilizzarono di colore nero principalmente durante le cerimonie (matrimoni, battesimi, feste) dando una funzione decorativa a tutto l'abbigliamento.


Tutto il contenuto di queste pagine, per gentile concessione degli autori, sono state tratte dal libro
"Breve storia della Calabria ionica cosentina e di un suo paese:CROSIA"
di:  Anna  CATALANO - Antonio  SCARAMUZZO - Maria  TOLONE
edito da Pellegrini Editore - Cosenza

 

La campagna istituzionale #italiasicura è stata realizzata dalle Strutture di missione contro il dissesto idrogeologico, per lo sviluppo delle infrastrutture idriche e per il coordinamento e l’impulso nell’attuazione degli interventi di riqualificazione dell’edilizia scolastica in collaborazione con il Dipartimento per l’informazione e l’editoria. Uno spot, una campagna on line, una galleria fotografica e un sito web – www.italiasicura.governo.it – che hanno come obiettivo il coinvolgimento di tutti i cittadini nella conoscenza del territorio in cui vivono e la possibilità di verificare in modo puntuale quali, a che punto sono e quali saranno gli interventi previsti per la mitigazione del rischio rappresentato da frane e alluvioni, la situazione degli impianti e reti capaci di rendere il nostro Paese allineato agli altri partner europei nella gestione dell’acqua e un osservatorio permanente sugli interventi in corso e previsti sulle scuole italiane.

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